Giovane Ita(g)lia

I giovani di Confindustria: “fiducia al governo ma a tempo”.
Flex:”Determinato. Giobbe Act“.

Poi la proposta concreta “Fuori da Confindustria chi delocalizza all’estero”.
Flex:”Code ai caselli ed ai check in!

In realtà la giovane ita(g)lia (finanziaria e iper speculativa) è per la “globalizzazione degli sfruttamenti”. E quindi si chiedono: perchè sfruttare all’estero, quando si può sfruttare benissimo anche da noi. Renzi(e) è stato localizzato per questo. Le riforme vanno nella direzione “strutturale” da loro auspicata. Neets some body to love!

Poi chiosano: “Toccato il fondo”.
Flex:”Escluse le Fondazioni”.

La qualificazione del modello che l’€uropa sta attualmente imponendo e (forse) evolvendo, possiamo sintetizzarlo così: l’ordoliberismo che, – per ammissione non ufficiosa degli stessi massimi organi di governance UEM, oltre che per espressa previsione delle norme fondamentali dei trattati-, è (nelle intenzioni irremovibili di tale governance) destinato a solidificarsi nell’area UEM, è una costruzione ormai altamente instabile. Essa, nella rigidità delle intenzioni programmatiche confermate dopo le recenti elezioni (contro ogni evidenza dei suoi risultati), implica un modello deflattivo salariale accelerato che passa per il mantenimento di un’alto tasso di disoccupazione, una meramente formale lotta contro la deflazione irrealisticamente curata dalle nuove misure di Draghi, volte in realtà alla difficilissima costrizione della Germania alla reflazione-, e il perseguimento prioritario delle riforme liberalizzatrici “finali” del lavoro (sostanzialmente totale liberalizzazione del licenziamento in ogni settore, voluta dagli USA anche come precondizione essenziale del futuro Ttip, cioè dell’area di libero scambio USA-UE); poichè tale complesso di misure, sempre ambiguamente rilevabili tra le righe, dovendo l’ordoliberismo per sua natura esprimersi in modo tattico e dissimulato dai media-, ha come effetto l’acuirsi nel tempo dei problemi di caduta della domanda interna nell’area UEM, e (semmai) lo stabilizzarsi di un surplus commerciale complessivo dell’area stessa, le stesse misure sono destinate ad un fallimento estremamente doloroso per i popoli europei.
Fallimento doloroso in particolare per il nostro, che essendo fortemente patrimonializzato (almeno nelle valutazioni dello “ieri”) e (l’unico) super-fedele nella realizzazione dei vincoli fiscali, va sicuramente incontro a fasi di recessione alternata a stagnazione, per un lungo e insostenibile periodo, cui sarà inevitabilmente accompagnata la svendita dei suoi, sempre più svalorizzati, asset patrimoniali pubblici e privati, resi convenienti per i paesi creditori e gli investitori finanziari esteri, secondo la logica del “tacchino da spennare” (inutile sottolineare l’enfasi che, anche oggi, personaggi come Fortis o Prodi, pongono sugli IDE come presunto sistema di rilancio della nostra economia e persino dell’occupazione!); dovendo considerare la compatta ortodossia delle forze politiche italiane a questo modello, prima di dichiarare fallimento, c’è il rischio concreto che passino degli anni e che l’Italia sia perciò, in tale breve periodo, ridotta a “fabbrica cacciavite” e a hub turistico a controllo estero (naturalmente), subendo una deindustrializzazione irreversibile che non le consentirà più di riprendersi il suo posto tra le maggiori potenze industriali europee e mondiali.
Nondimeno, il costo del fallimento ineluttabile del modello deflazionistico-mercantilistico imposto dall’UEM, quand’anche scontassimo le pressioni USA sulla correzione reflattiva del surplus della Germania (comunque contraddittorie rispetto alla ripresa della domanda interna, essendo affidate alla sola politica monetaria ed irremovibile sul problema del costo del lavoro), rispondendo a calcoli e terapie già rivelatesi sbagliate su entrambe le sponde dell’Atlantico, condurrà la Germania a prendere atto dell’eccessivo rischio di intervento, ancorchè indiretto, a sostegno finanziario degli altri maggiori paesi, in particolare della Francia.

Quest’ultima, a sua volta, essendo già soggetta a forti tensioni politiche interne, non potrà ancora a lungo gradire un sistema che comunque non le consentirebbe di correggere a sufficienza la propria competitività extra-UEM (dato il corso dell’euro rispetto al dollaro, non mitigabile realisticamente con le politiche intraprese dalla BCE), per finire sotto l’influenza finanziaria dominante della Germania, secondo un’inesorabile proiezione, quale ci ha evidenziato Brigitte Granville.

Risultato: l’Italia ha la altissima probabilità di finire nella situazione sintetizzata da Churchill alla vigilia della seconda guerra mondiale (“potevate scegliere tra la guerra e il disonore: avete scelto il disonore e avrete la guerra”). Cioè sarà ridotta a manifatturiero “cacciavite”, espropriata del controllo dei principali gruppi industriali, costretta a livelli di reddito irrecuperabili rispetto al periodo ante-entrata nella moneta unica, e DOVRA’ COMUNQUE FRONTEGGIARE L’EURO-BREAK, innescato dalla Germania o dalla stessa Francia .”

(Luciano Barra Caracciolo)

FacebookTwitterGoogle+Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *